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sabato 25 maggio 2013

tuitta: vuoti, assenze e tempo.

Una delle riflessioni più interessanti è quella che Roberto Cotroneo sta facendo con cadenza settimanale su Sette, il supplemento del Corriere della Sera, nella rubrica Blowin' in the web.

Uno degli ultimi articoli pubblicati rappresenta, secondo me, un tema dal quale non si dovrebbe più prescindere.
Se ci deve essere una ripresa, e questa ripresa non potrà che partire dal capire chi siamo e cosa vogliamo diventare, questo è - deve essere - il tema centrale.
L'articolo integrale è qui: La città del web, senza porte né spazi vuoti.

La trasformazione antropologica dovuta al susseguirsi rapidissimo delle innovazioni tecnologiche ha prodotto risultati che neanche nella fantascienza più illuminata erano immaginabili.
La possibilità, soprattutto con gli smartphone, di essere sempre e ovunque connessi, la riduzione dei costi di connessione e la disponibilità di devices che si adeguano alle varie possibilità economiche hanno distrutto le idee di base dello spazio e del tempo.
Ricordo solo, senza enumerare altri esempi, che sono già esistenti brevetti di condensatori che in 30 secondi ricaricheranno lo smartphone e/o tablet e con le nuove connessioni si scaricherà 1 GB di dati in pochi secondi.

Cotroneo definisce questa città del web come un luogo senza porte né spazi vuoti, un posto dove non esiste più una distanza misurabile. Una città unica, che si estende in tutto il pianeta e le cui distanze si percorrono alla velocità della luce.

Tempo fa nelle mie scartoffie, ragionando su Twitter, avevo immaginato questa città come una delle città invisibili di Calvino, denominandola Tuitta. Una città nella quale pochi si muovono e che vive solo di scambi luminosi.

Questa accanto potrebbe essere la mappa della sua intensità (immagine da http://www.newnotizie.it/).

Il prezzo di tutto, il prezzo che pagano gli abitanti di Tuitta, ma anche di FB, IG, ecc., è una perenne flebo. Schermi e auricolari iniettano nei sensi primari (udito e vista) una quantità di informazioni largamente inutili che però ci fanno sembrare di appartenere ad un tempo universale che è, a mio avviso, una grandissima idiozia. Lo dico essendoci dentro fino al collo, sia ben chiaro: non mi chiamo fuori.  Il tatto, il gusto e l'olfatto al momento sono secondari. Fino a quando, ad esempio, non ci sarà lo smartphone che assieme alla fotografia dei fiori ce ne farà sentire il profumo.
[Ma poi sarà un vero profumo ?]

Qualcuno si ricorderà che tempo fa si era proposto addirittura la definizione del beat, appunto, l'unità di misura universale: Swatch Internet Time

A uno spazio vuoto o incommensurabilmente piccolo, si può solo opporre un tempo che riacquisti, dovrebbe riacquistare, la sua centralità. Un tempo fatto di scansioni, modellate dal nostro agire ed essere individui in un contesto di atri individui.

Indubbiamente la vera battaglia di avanguardia sarà la ridefinizione del tempo nelle nostre esistenze.

Chiudo con due suggerimenti, apparentemente lontani.
Il primo è estratto da un film d'animazione, un vero capolavoro, Wall-E.

Il secondo è preso dalla Bibbia: Qoelet:
Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

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