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domenica 15 dicembre 2013

l'utopia è realismo (p. freire)

Mi regalarono per i miei 18 anni, "La pedagogia degli oppressi" di Paulo Freire.
Difficile dire quello che mi provocò la lettura di questo libro. Me lo regalarono i miei due amici gesuiti che tanto mi hanno voluto (e ancora mi vogliono) bene. Al momento lo trovai difficile, ostico in alcuni punti: solo dopo ne capii la forza e la portata.
Erano anni in cui avevo avuto modo di conoscere i temi della teologia della liberazione e addirittura di ascoltare dal vivo, in Italia, la voce di Helder Camara, l'arcivescovo delle favelas.
Ma l'opera di Freire era (ed è ancora) un ragionamento sulla possibilità di un riscatto che possa nascere dalla coscienza di sé e del mondo. E sulle azioni conseguenti.
Parole come 'dialogo', 'educazione', rispetto', e 'speranza' pin questo testo acquistarono una luce nuova che non hanno mai più perso. Scintillano da allora come guide, come fari, ad indicare una delle direzioni, forse l'unica. Il libro di Freire conferisce nuovi significati a queste parole e le trasforma in azioni, singole e collettive.
Tutti siamo in qualche modo oppressi e la nostra liberazione non è un'opzione: è una necessità vitale se vogliamo essere autentici interpreti del nostro futuro.
Mi affido alle parole del Prof. Moacir Modotti che, meglio di quanto saprei fare io, già nel 2002 evidenziavano la potenza dell'approccio di Freire. Ne riporto qui un estratto:

Un’altra categoria basilare nell’ottica freiriana è quella dell’utopia e del sogno. In tempi neo-liberisti, gli ideologi della società di mercato vogliono sostituire l’utopia con il mercato. Secondo Freire, la storia è sempre costruita su un elemento di speranza ed è perciò importante riaffermare la necessità dell’utopia in un momento di “fine della storia” come quello che stiamo vivendo, un momento che offre poche alternative. Freire riteneva primario sognare il nostro mondo possibile e creare una pedagogia che guidasse verso la realizzazione di questo nuovo mondo possibile. Prima di operare nel presente e di rifarsi al passato, la pedagogia sogna una realtà differente,  lavora sul futuro con un sogno possibile. La categoria del sogno non è solamente una posizione etica o umanista, è anche una visione scientifica del mondo perché è una concezione legata alla teoria della conoscenza trasformativa della realtà. Il pensiero di Paulo Freire, profondamente umanista e realista, sostiene il bisogno che oggi abbiamo di rianimare certi valori umanisti; la sua teoria della conoscenza, totalmente antropologica, ha un senso molto importante nell’attualità. Chi voglia leggere i suoi testi come interpretazioni tecniche della pedagogia sbaglia, poiché Freire scrisse con un modo che non si riscontra nella pedagogia burocratica, come un poeta che sogna e che cerca nella scienza una ragione per migliorare, una ragione sostenibile per scrivere un’altra realtà. Quando Bartolomeo Bellanova definiva “realismo utopico” l’opera di Paulo Freire, intendeva che non è realista ciò che non è utopico nella visione freiriana, nella quale, in maniera essenziale, l’utopia è realismo. “Bisogna fare oggi quel che è possibile fare oggi, per fare domani quel che è impossibile fare oggi”: ecco il profondo realismo di questa utopia, senza alcuna contraddizione.

A Natale, lo consiglierei a tutti quelli che amano i miei aquiloni. 
È un modo per essere più vicini.

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