Grazie al mio amico Giuliano Castigliego, scopro questo libro delizioso: Giardini.
Una rilettura della condizione umana attraverso i giardini e in generale l'amore per il mondo vegetale.
La digressione a tratti saggistica, a tratti filosofica, ruota attorno al concetto di 'cura', ovvero la specificità dell'uomo che ha avuto come mandato quello di 'aver cura' del creato.
Chi ha mai curato una pianta, un giardino, un orto sa bene che questo è il concetto centrale. 'Cura' che poi diventa sinonimo di rispetto, di lentezza, di comprensione di ciò che è necessario ma vitale e di ciò che invece è inutile, superfluo.
Giardini è scritto in forma leggera come se si stesse attraversando un giardino, passeggiando nella storia e godendo di ogni sfumatura del paesaggio. Sembra quasi di poter percepire i profumi nel mentre gli anni scorrono e i concetti fluiscono.
Quanti peccati sono stati commessi nei tempi recenti per non aver voluto aver 'cura' di ciò che siamo, di ciò che potevamo essere ?
La storia recente italiana, la distruzione della scuola pubblica, la riduzione complessiva della spesa per la ricerca universitaria, la legge Bossi-Fini, l'incessante crescita di un modo banale di affrontare problemi sono tutte attestazioni di una mancata 'cura'. A cui tutti, in varia misura, abbiamo contribuito.
Mi piacerebbe rileggere gli ultimi 30 anni nostri come quelli di un giardino che è stato lasciato incolto, senza cura, e ora le piante selvatiche hanno cancellato il disegno originario, le sterpaglie nascondono le antiche piante ornamentali, il primigenio disegno.
Ognuno di noi dice all'altro: "Toccava a te !". E nessuno si rendo conto che siamo quasi per essere soffocati.
Il giardino, il nostro giardino, aspetta solo che ognuno, singolarmente e per quel che gli compete, ricominci a curare ciò che gli spetta.
Buona Lettura
Dio onnipotente fu il primo a piantare un giardino;
ed è, veramente, il più puro fra i piaceri dell'uomo.
(Francis Bacon)
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Rai 5 ha trasmesso uno speciale nell'ambito di 5 trasmissioni del programma di Serena Dandini: Il Paradiso è Perduto ? Se avete tempo ascoltatela tutta, ci sono anche il teologo Vito Mancuso e il disegnatore Makkox.
Ho da poco chiuso "Betty". Sono ancora
frastornato.
In un’opera così complessa, non ho trovato un difetto,
uno smusso mal riuscito, un aggettivo fuori posto: nulla.
Una vertigine, questo è “Betty”. Anzi la vertigine di
una vertigine. Mentre leggevo mi tornavano nella mente le immagini di
"Vertigo" e di "Spellbound". Non per i temi ma per il
modo. Si cita Fellini ma quell'Hitchcock forse è il riferimento più adeguato.
Ma questo libro è ancora più complesso. Difficile
anche da raccontare: sciuperei una trama intricata ma stupendamente intrecciata.
C’è un fotografo a cui si chiede di raccontare per
guardare indirettamente.
C’è un libro che influenza le vite che a loro
volta influenzano i libri.
C’è una donna che porta un nome che è come un doppio specchio.
C’è un autore, Simenon, che parla con la voce di
Cotroneo ma che potrebbe essere quello autentico che a sua volta si specchia in
un personaggio che specchia ulteriormente se stesso nell’autore.
E c’è il dolore, però. Indicibile. Così grande che
diventa un peccato originale che nessuno è capace di scontare se non
inabissandosi in se stesso e quindi perdendosi, come Betty appunto.
Non so quanto umanamente sia costato pensarlo e
soprattutto scriverlo.
“Betty” è una lettura che scuote, non può lasciare
indifferenti.
Anch'io conosco abbastanza Simenon, sia il Maigret sia
il non-Maigret, ma con “Betty”, Cotroneo va lontano. Molto lontano. L’intera
vicenda è il presupposto per una riflessione profonda sugli abissi dell’animo
umano e sulla relazione tra autore e personaggi, ben nascosta dietro il velo
dell’omicidio di una donna misteriosa.
La scrittura è nitida e in alcune pagine si vede, si
percepisce, il mutare della luce. Come se la scrittura avesse una sua luce
e si adeguasse all’intensità del momento. Indubbiamente la passione fotografica
di Cotroneo/Simenon si capisce, ma ovviamente essere un buon fotografo non
significa trovare facilmente quella “luce” nella scrittura.
Immergersi in un dolore così profondo e in
un'assurdità banale ma allo stesso tempo così inspiegabile richiede anche
grande coraggio nel cercare le parole per descrivere quest'orrore e allo stesso
tempo smascherare (forse) questa apparente simbiosi vita/letteratura.
Leggere storie che non sono nostre non può forse
trasformare le nostre vite ?
Ma i nostri grigi, i grigi delle nostre esistenze,
sono intensi, belli quasi perfetti. E ce li teniamo i grigi, e ne siamo anche
fieri’.
A pag. 178 c’è l’autoritratto di Cotroneo:
Tutto è in quegli occhi grigi di un mondo indifeso
che non sono riuscito a salvare.
Alcuni dei miei migliori amici li ho avuti (e li ho ancora) tra i gesuiti.
Uno di questi, Pier Andrea Todde, apparve nella nostra piccola comunità, come un pulcino bagnato. Proprio così: un pulcino bagnato. Umile, dimesso, silenzioso.
Era di Cagliari e il suo accento rendeva inutile la carta d'identità. Ci ritrovammo subito a parlare di come una persona come lui ad un solo esame dalla laurea in medicina, un ragazzo a cui le ragazze erano sempre piaciute, potesse ricevere una chiamata - come diceva lui - fortissima, diretta, chiara.
E quindi in tarda età, rispetto alla media, decise di dare seguito a questa vocazione tardiva.
Pier Andrea era un pulcino bagnato, fragile, tenero ma non quando parlava di Dio. In quel momento anche la sua minutezza fisica si trasformava, sembrava che veramente lo Spirito operasse in lui in modo preciso e limpido.
Aveva un modo di presentare l'azione di Dio che non era solo nelle parole che usava ma anche nei gesti, negli sguardi, nei movimenti del suo corpo magro ma forte.
Nei pomeriggi assolati delle lunghe estati di quando la scuola finisce, spesso veniva a casa mia a sentire la musica che amava e a cui non poteva dare il giusto tempo (forse era il suo cruccio maggiore): John McLaughlin, Mahavishnu Orchestra, Weather Report . . . .
Poi crescendo ci siamo persi anche perchè come tutti i gesuiti si spostava in continuazione, mentre io mi avviavo verso gli anni importanti dell'università.
Qualche anno fa, incontrai amici comuni a cui chiesi immediatamente sue notizie.
Mi dissero che un brutto male lo aveva portato via.
In rete trovo questo suo scritto.
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“BEATI I PURI DI CUORE PERCHE’ VEDRANNO DIO” (Mt 5,8)
di Pier Andrea Todde S.J.
L’estate può essere vissuta come tempo in cui si cerca di raccogliere le forze, di ritemprare le energie fisiche, psichiche e spirituali spese durante l’anno. Il tempo dell’estate allora dovrebbe essere un tempo in cui trovare momenti privilegiati per una pacificazione e unificazione del cuore, laddove il cuore è la sede in cui risiede tutto il nostro mondo affettivo-spirituale, sede in cui possono ricomporsi in gioiosa armonia le relazioni vissute durante l’anno. Anche dal punto di vista organico-fisiologico il cuore è il centro della vita perché nel suo inesauribile lavoro fatto di innumerevoli e costanti movimenti sistolico-diastolici, consente che tutto l’organismo si rigeneri e si rinnovi in modo che il sangue irrori tutto il corpo.
Ritornare al cuore significa mettere ordine, dando senso e orientamento alle nostre relazioni. Se il nostro cuore è diviso e frammentato risulta che anche le nostre relazioni verranno di fatto vissute nella dispersione, nella superficialità o nella fretta. Il cuore, centro della vita affettiva ed emotiva; nel linguaggio comune si dice “cordiale” di una persona attenta, empatica, accogliente, che si muove in apertura e gratuità verso l’altro e che con l’altro entra facilmente in comunicazione. Anche per l’uomo biblico il cuore rappresenta il centro della vita personale, di relazione, la sede in cui Dio fa alleanza con l’uomo. Il cuore è la coscienza stessa della persona. Tornare al cuore indica un dinamismo interiore che consente all’uomo di rientrare in se stesso per aprirsi agli altri e a Dio in una vita vissuta nella verità e nella autenticità.
E’ nel cuore che avviene infine quel movimento di ritorno a Dio che viene chiamato col termine “conversione”.
Il modo di pregare naturale per una preghiera vissuta nel cuore, in un cuore che desideri di ridarsi a Dio, è l’esame di coscienza inteso non come analisi psicologica o come tempo per fare un bilancio moralistico della propria giornata.
Normalmente, se vissuto in tal modo, l’esame diventa il luogo in cui emerge facilmente il nostro narcisismo, il nostro autocompiacimento e anche il nostro autolesionismo.
La preghiera dell’esame di coscienza è soprattutto una preghiera di contemplazione e di vigilanza, una preghiera che consente una purificazione del nostro cuore che si affida progressivamente e gioiosamente al proprio Creatore.
Ritornare al cuore diventerà allora ri-cor-dare, cioè ridare il cuore a Dio perché sia Lui a guarirlo. Un cuore riconoscente e grato per le continue meraviglie che il Signore opera.
Ridare il cuore a Dio consente di irrobustirci nella fede perché non poniamo più le nostre preoccupazioni esclusivamente sulle nostre forze e non vedremo solamente i nostri limiti e le nostre fragilità, ma restituiremo tutto di noi al Cuore amante e misericordioso del Padre: Gesù Cristo.
(da “Piazza del Gesù, periodico della CVX Gesù Nuovo di Napoli, luglio-settembre 1990)