Vivo in uno strano paese dove ci sono animali ancor più strani.
Tre in particolare hanno tenuto la scena ultima.
C'è un caimano che da anni tutti danno per spacciato: sembra sempre che stia per morire. Però è un animale astutissimo ed è sempre stato capace dalla melma e dal fango - dove si nasconde nei momenti bui - di ricordarsi della sua potentissima coda.
Con quella riesce sempre a tener lontano quelli che non hanno saputo mai approfittare della sua indubbia e crescente debolezza.
C'è poi un giaguaro che si sperava desse il morso finale al caimano.
I giaguari però normalmente non attaccano i caimani, sono animali che tra loro si rispettano. Sanno di essere diversi, troppo diversi.
Il giaguaro infatti non lascia più alcuna traccia dietro di sé perchè è invecchiato anche lui; forse si nasconde solo per morire in pace. Neanche lui avrebbe più ora la forza di dare il morso che altri animali gli chiedono.
Ma poi non ne ricorda neanche il motivo, a pensarci bene.
Infine c'è un grillo. Ha guardato per anni il caimano e il giaguaro farsi una guerra anomala. La guerra tra uno che non credeva in quello che faceva ed un altro preoccupato solo di sopravvivere e di non dare ulteriori segnali di debolezza.
Tutti facevano il tifo per l'uno o l'altro, ma nel frattempo la foresta era cambiata. Il grillo si era messo più in alto, sulle piante più comode. Guardava lo scontro e capiva che ormai quella guerra era inutile. Certo il caimano avrebbe azzannato qualche altra piccola vittima, così come il giaguaro avrebbe ancora avuto qualche manifestazione dell'antico splendore.
Gli elefanti continuavano a difendere i caimani, così come gli oranghi avevano preteso e pretendevano rispetto e onore per il giaguaro.
Ma non era più il loro tempo.
La nuova foresta vuole nuovi punti di osservazione: solo animali piccoli, veloci e rapidi nella comprensione avranno la meglio.
Come un grillo.
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mercoledì 27 febbraio 2013
giovedì 14 febbraio 2013
la lentezza dello sguardo, Gabriele Basilico
Ieri è scomparso Gabriele Basilico.L'Italia perde uno dei suoi migliori fotografi e credo che la perdita sarà avvertita a livello internazionale.
Un'ottima sinossi del suo lavoro è qui: Basilico su Fotologie.
Chiunque sia appassionato di fotografia non può prescindere dalla conoscenza sia pure superficiale del suo lavoro. I grandi fotografi conferiscono uno sguardo ai loro soggetti che inevitabilmente influenzerà le visioni successive.
Mi ha sempre colpito uno dei suoi lavori in Francia, quando il governo francese commissionò ad alcuni fotografi di documentare la trasformazione del paesaggio.
I suoi studi di fabbriche e il reportage a Beirut sono vere e proprie investigazioni antropologiche, sulle trasformazione dei paesaggi urbani per i fenomeni di industrializzazione nel primo caso e come risultato dell'assurdità della guerra nel secondo. Entrambi sono in assenza di qualsiasi figura umana, non paradossalmente.
Eppure all'interno di queste ricerche, c'è una dominanza della forma che è presente in modo chiaro, palese. La collocazione della macchina, la scelta dell'inquadratura, certe simmetrie/asimmetrie sono quasi una metafisica del paesaggio. E lasciano un segno profondo.
Penso che di quella lentezza nel guardare avremmo ancora bisogno.
Molti considerano Mimmo Jodice e Gabriele Basilico due pilastri della cultura italiana a tutto tondo: cuore e ragione, mito e tempo.
Non sono in grado di dire oltre e non è neanche necessario.
Suggerimenti di lettura:
*) G. Basilico: "Architetture, città, visioni: Riflessioni sulla fotografia"; Bruno Mondadori Editore.
*) Il post di Michele Smargiassi: Basilico su Fotocrazia..
Buona visione e buona lettura.
venerdì 7 dicembre 2012
perdersi a guardare
La mia storia ‘fotografica’ nasce
in modo inconsapevole, come molte delle cose che mi sono successe.
Semplicemente mi affascinavano questi pezzetti di carta sui quali si
riproduceva la realtà, o meglio quello che sembrava una parte di realtà. Nei
sogni di bambino immaginavo che il fotografo fosse una specie di mago che con
delle forbici speciali fosse capace di tagliare le immagini direttamente
dall’etere nel punto in cui si fosse posato il suo sguardo: senza neanche
bisogno della macchina. Il mezzo (anch’esso magico) con cui invece questo avveniva
era la macchina di mio padre: AGFA OPTIMA II; un inizio molto banale come in fondo sarà capitato a molti.
Anni dopo avrei capito che era una telemetro economica e quello era uno dei motivi per cui sbagliavo molte delle mie foto.
Anni dopo avrei capito che era una telemetro economica e quello era uno dei motivi per cui sbagliavo molte delle mie foto.
Papà comprava i libri del Qui
Touring, quelli delle capitali del mondo: meravigliosi. La parte turistica delle città era a colori; la parte di reportage era in bianco e nero. Li sfogliavo
per ore ed ore. Anni dopo, quando ho avuto la fortuna di essere in alcune di quelle
città, era come se ci fossi già stato. C’era poi un nostro amico di famiglia
che aveva un catalogo pubblicitario Zeiss con delle foto dimostrative. Anche
quello era mandato a memoria per ore.
Nel 1979, per puro caso, vado alla
Biennale di Venezia, sezione fotografia. C’era una retrospettiva sui fotografi
americani e sugli Stati Uniti. Altro passo in avanti, iniziaii a capire il senso profondo del bianconero.
Poi arrivò l’Università e quindi un
periodo di sospensione quasi totale della mia passione. Col primo lavoro, comprai la reflex e ritornai a fotografare.
Conobbi mia moglie e quindi l’amore sublimò in immagini. Che
meraviglia! Potrei enumerare tutte le foto che feci una a una: le ricordo in
modo esclusivo. La nostra vita è un vortice di immagini
bellissimo.
Lentamente però mi accorsi che la
mia attenzione si riportava verso la fotografia, intesa come espressione di un
senso artistico. Allora ri-cominciai a leggere ed a documentarmi. Passai
attraverso Avedon, Roiter, Newton, Sieff, Fontana, Giacomelli, Adams, Bordin,
Cartier-Bresson, Ghirri, Warhol. . . fino ad arrivare a David Lachapelle ed
altri contemporanei.
La mia cultura fotografica è stata
ed è disordinata, ma è stato comunque un percorso lungo.
Poi l’avvento del digitale. Per me fu
un’epifania: essendo stato da sempre un amante di computer e di sviluppi
digitali (per lavoro e per passione), il passaggio a questo mezzo fu naturale.
Ritrovai allora il piacere della
camera chiara, giacché mi ero perso quella oscura, e iniziai a sperimentare.
Questa volta mia moglie ed i nostri bambini (ora sono dei ragazzi) mi aiutarono
e furono (lo sono ancora) miei complici. Realizzai il progetto eucromia che raccoglie la mia produzione
digitale/colore.
Sperimentai, provai, costruii scatole in cui racchiusi oggetti semplici . . . .
Sperimentai, provai, costruii scatole in cui racchiusi oggetti semplici . . . .
Nel frattempo mi accorsi di una
nuova maturazione che stava avvenendo: il numero di scatti fotografici diminuiva
e aumentava il pensiero che formulavo prima di fotografare.
In questa ricerca, continuo ad
informarmi a leggere . . . e finalmente mi
fermo: arrivo a Gabriele Basilico e Mimmo Jodice.
Molti mi avevano parlato: “Ma come, non conosci le foto di Mimmo Jodice ?!”.
In alcuni momenti ero preoccupato
dall’ostentazione di una certa cultura fotografica. Io volevo
arrivarci con lentezza, capire perché quelle foto avevano avuto un’eco così
vasta. In qualche modo, mi sono voluto conservare, meritare quel momento in cui avrei affondato gli occhi in quella visione.
Quando questo è avvenuto, sono
rimasto letteralmente incantato.
Incantamento
è la parola più adatta.
Ho letto molto,
sull’assenza della presenza umana nei lavori di Jodice (sconfessati poi dall'ultima del Louvre dove gli occhi e i volti hanno un ruolo centrale), sulla metafisica dei paesaggi, ma queste interpretazioni ad un certo punto non mi hanno più
interessato.
Per dirla banalmente, l’emozione a volte non va spiegata. A volte devo evitare di guardare queste foto perché,
realmente mi incanto. Resto fermo a guardarle in silenzio per un tempo che non
saprei quantificare.
La visione sospende l’elaborazione, o meglio la trasforma,
la sposta verso altri sentieri mentali.
“Perdersi a guardare” è un titolo
perfetto per il lavoro complessivo, la opera omnia. Un perdersi che non
è il morire ma è lo sciogliersi nel mistero, nell’oltre. Senza paura.
Quella sedia a sdraio di fronte al
mare, la statua con la testa dilaniata dal tempo ma ancora dignitosa, quell’aliscafo nel mare
scuro, . . . . sono immagini che si piantano nell’inconscio anzi lo stuzzicano
e lo provocano.
E non c’è verso: bisogna solo abbandonarsi.
Quando ebbi il piacere di stringergli la mano a teatro, vidi i suoi occhi e capii da dove nascono le sue foto. Oltre a essere bellissimi, come il suo
volto, c’è un senso di curiosità, una curiosità innocente, che forse conferisce il senso a quella che è stata poi la ricerca artistica.
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